Renzo Arbore: "Sarebbe bello essere immortale"

Renzo Arbore: “Sarebbe bello essere immortale, fatico a pensare di non esistere più”

Germana Bevilacqua

Renzo Arbore: “Sarebbe bello essere immortale, fatico a pensare di non esistere più”

| 31/10/2023
Renzo Arbore: “Sarebbe bello essere immortale, fatico a pensare di non esistere più”

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Renzo Arbore, 85 anni e uno spirito senza tempo. In un’intervista al “Corriere della Sera” si racconta da quando era bambino e contava sotto le bombe durante la guerra ad oggi con i suoi progetti per il futuro. Può vantarsi di aver scoperto e lanciato molti personaggi, tra i quali Roberto Benigni, Giorgio Bracardi, Mario Marenco, Nino Frassica e Luciano De Crescenzo. La sua vita amorosa è stata movimentata ma senza matrimoni. Ha avuto una lunga storia con la cantante Gabriella Ferri e poi con l’attrice Mariangela Melato. Per alcuni anni, fino al 1997, ha avuto una relazione con Mara Venier. Poi, nel 2007 è tornato con Mariangela Melato rimanendole accanto fino al giorno della sua morte avvenuta nel 2013.

Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo (Foto Instagram)

“Cantavo anche sotto i bombardamenti, a cinque anni. La sirena, il rifugio, la gente in pigiama”

Renzo Arbore ricorda la sua prima canzone: “‘La pupa alla finestra’, una canzone friulana che mi aveva insegnato la mia bambinaia. La cantavo sotto i bombardamenti, a cinque anni. La sirena, il rifugio, la gente in pigiama. È come se avessi tutto davanti agli occhi. Sulle cose che mi sono accadute di recente a volte si stende un velo, ma il passato remoto, le sue voci e i suoi volti invece affiorano tutti fortissimi”.

Di quando era bambino ricorda: “La noia. Il sentimento preminente della provincia. Gli infiniti pomeriggi a fare lo struscio sul principale viale di Foggia. Salutavo sempre le stesse persone e intanto, passeggiando, cercavo di orecchiare un pettegolezzo, una novità, qualcosa di cui parlare”. “La provincia è straordinaria, ma se vuoi fare l’artista prima o poi devi andare via. Muoversi era un’impresa. Per andare in villeggiatura a Riccione, da bambini, prendevamo un accelerato che partiva all’ora di cena e arrivava alle quattro del pomeriggio del giorno dopo. Partire significava traslocare. Sul treno caricavi i bauli pieni di piatti e tovaglie e a bordo provavi a credere che saresti arrivato davvero consolandoti con fumetti e caramelle”.
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Renzo Arbore e Mina (Foto Instagram)

“Mio padre mi disse ‘Ti do un anno di tempo poi farai l’avvocato'”

Renzo Arbore racconta il primo ingaggio in Rai. Una storia d’altri tempi. “L’ipotesi che mi occupassi di musica era vista comunque con sospetto – ricorda – Ero stato bocciato in terza liceo, un trauma, e mio padre dopo la laurea fu chiaro: ‘Ti do un anno di tempo, se non lo sfrutti ti metti a fare l’avvocato come tuo fratello’. Dopo un’infinità di tentativi e qualche silenzio sconfortante ebbi in extremis un colpo di fortuna e venni convocato a Roma, alla Rai, in Via del Babuino”. Poi la svolta “Era l’ultima occasione prima di ritornare a casa sconfitto e mi trovai di fronte a una signorina con dei fogli in mano. Le mie domande inevase. Mi disse ‘Oggi ne scade una per maestro programmatore di musica leggera’. Chiesi di cosa si trattasse e lei vagamente lascio cadere un ‘credo che si tratti di scegliere i dischi in radio’. ‘La faccio subito’ le risposi”.

“Andai a casa di un amico, compilai la domanda su una lettera 22 e tornai a casa aspettando una risposta che non arrivò per mesi. Avevo quasi rinunciato all’idea quando arrivarono i Carabinieri a casa che avevano ricevuto una segnalazione dalla Rai di Roma e stupiti vennero a casa mia, in portineria, per informarsi. ‘Chi è Renzo? È il figlio del dottor Arbore?’. La portiera rispose ‘nù bravo guaglione’ e qualche giorno dopo arrivò la convocazione della Rai per un esame da maestro”. “Aprii il telegramma e mi fiondai a Roma – ricorda ancora –  All’esame incontrai Giandomenico Boncompagni, facemmo subito amicizia. Lui sveglio, io imbranato. Superai l’esame e trascorso qualche mese mi ritrovai a immaginare programmi con lui”.

Renzo Arbore e Marisa Laurito (Foto Instagram)

I ventuno format ideati con Gianni Boncompagni e l’arte dell’improvvisazione

Una carriera da autore da record: “Ventuno nuovi format. Li ho contati. C’erano umorismo, scoperte, scalette finte e c’era l’intuizione, credo giustissima, di non parlare di attualità ma di lavorare con la fantasia. La fantasia beffa il contingente, restituisce eternità alle trovate del momento, permette di non invecchiare. Gli arrangiamenti, le battute e le canzoni nascevano con l’idea di non sottostare a nessuna moda e quindi di avere il dono di non passare mai di moda”.

E con i suoi compagni d’avventura? “C’era amicizia, sicuramente. Ma c’era anche stima. Prenda Mario Marenco. Un intellettuale finissimo, un ottimo designer, un eccellente architetto. Mario era bravissimo a realizzare le cose però andava aiutato. Io e Boncompagni gli gettavamo un’esca e lui, abilmente guidato, tirava fuori delle perle che se fossero state preparate non avrebbero mai avuto la stessa efficacia. Lo stesso valeva con Nino Frassica. Eravamo come istruttori di tennis: lanciavamo la palla dall’altra parte della rete e aspettavamo la risposta”. E aggiunge: “Non dico che senza improvvisazione non ci sia divertimento, ma di sicuro improvvisando ci si diverte di più”.

Gianni Boncompagni e Renzo Arbore

“Cosa mi amareggia? La furberia, l’espediente, la paraculaggine”

Renzo Arbore parla del suo rapporto con il denaro e ricorda: “Mio padre sosteneva che i soldi in tasca li avessero soltanto gli sfaccendati. È strano dirlo e somiglia a un paradosso o a una contraddizione, ma chi ha saputo cos’era la fame, chi è stato felice con un tozzo di pane e zucchero da sfollato, con il denaro non può che avere un rapporto equilibrato. Cosa mi amareggia? L’inseguimento del successo a qualsiasi costo. La furberia, l’espediente, la parac*laggine. È una brutta parola, lo so, ma in italiano non ne esiste una migliore. Di me posso dire che non porto rancore. Sono stato deluso, ma provare rancore è troppo faticoso”.

Che rapporto ha Renzo Arbore con il tempo che passa? “Ha ribaltato senso e direzione della noia giovanile di cui le parlavo all’inizio. Da ragazzo era ispirazione, oggi mi appare come un nemico. La sconfiggo o provo a farlo tenendomi occupato”. Poi aggiunge: “E’ faticoso pensare di non esserci più. Di provocare dolore a chi resta. Alla morte ci penso, e ho paura della sofferenza”. “Sarebbe bellissimo essere immortali – dice in conclusione – in un’altra dimensione. Qualcuno se lo augura, qualcuno ci crede, persino. Io non lo so se ci credo. Qualche segnale l’ho avuto. Me lo tengo stretto e non ne parlo con nessuno”.

Pubblicato il 31/10/2023 14:15

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