Carlo Alberto Dalla Chiesa, il diverbio con la figlia Rita prima dell'attentato e l'ultima telefonata - Perizona Magazine

Carlo Alberto Dalla Chiesa, il diverbio con la figlia Rita prima dell’attentato e l’ultima telefonata

Daniela Vitello

Carlo Alberto Dalla Chiesa, il diverbio con la figlia Rita prima dell’attentato e l’ultima telefonata

| 03/09/2020

Trentotto anni fa, a Palermo, moriva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il prefetto operò per 100 giorni nel capoluogo […]

Trentotto anni fa, a Palermo, moriva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il prefetto operò per 100 giorni nel capoluogo siciliano, prima di essere trucidato a colpi di kalashnikov da un commando mafioso la sera del 3 settembre 1982, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo.

A tracciare un ritratto a tratti inedito del generale Dalla Chiesa è la figlia Rita in un’intervista a “Fanpage.it”. “C’era una volta un ragazzo che nella sua vita – esordisce la conduttrice – inseguiva la giustizia, gli ideali e il suo posto nel mondo, cercando di rimanere sempre coerente con i propri principi. Ha cominciato così il suo cammino nell’Arma dei Carabinieri. È diventato tenente giovanissimo, ha fatto la guerra, è stato partigiano in Montenegro. Per tutta la vita si è battuto proprio per l’amore nei confronti dello Stato. Non si è mai tirato indietro neanche quando gli hanno detto di andare a Palermo a fare il prefetto, dopo che aveva combattuto e vinto le Brigate Rosse. Un uomo, però, che non si è mai dimenticato di essere marito e padre”.


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E qui comincia il racconto di un uomo sensibile, amorevole e fedele alla famiglia, oltre che allo Stato. “Di certo non ce le faceva passare tutte – ricorda Rita – Avevamo regole e valori da cui non potevamo trasgredire. Però, era anche un papà molto tenero. Giocava con noi, ci faceva fare i compiti, cercava di insegnarmi la matematica perché io in quella materia sono una capra. Poi era innamoratissimo di mia madre (Dora Fabbo, ndr.). Loro si erano sposati il 29 luglio e ogni 29 del mese, le portava una rosa. Era un uomo molto sensibile. Poi era anche il Generale dalla Chiesa, ma noi non lo sapevamo. Per noi era nostro padre. Non portava mai a casa le sue preoccupazioni, le minacce di morte. Ne parlava con mia madre, magari. Ma in separata sede, in camera da letto. Con noi assolutamente no e mia madre non si faceva sfuggire niente. Poi, crescendo anche noi abbiamo recepito dei segnali non proprio positivi dall’esterno. Il terrorismo non ci ha risparmiato niente. Siamo stati minacciati, seguiti, controllati. Mio padre cercava di darci dei consigli, di proteggerci in qualche modo ma il terrorista poteva essere chiunque”.

Il diverbio qualche settimana prima dell’attentato

La conduttrice torna indietro con la memoria ad un piccolo diverbio avuto col padre qualche settimana prima dell’attentato: “Avevamo avuto una lieve discussione perché non gli avevo mandato mia figlia Giulia a Palermo. Quando me lo chiese, gli dissi subito di no. Sono quelle cose che solo una mamma può capire. Quelle cose che ti partono dalla pancia. Mio padre se l’era un po’ presa. E per fortuna non gliel’ho mandata o oggi non avrei avuto neanche mia figlia. La sera dell’attentato, Emanuela l’avrebbe di certo portata a prendere il nonno in macchina in Prefettura. In genere, nel giorno del mio compleanno, la prima telefonata che arrivava la mattina era quella di mio padre. Quel 31 agosto già sapevo, conoscendolo, che per via di quel diverbio non mi avrebbe chiamato. Quando è arrivata la telefonata di Emanuela, però sapevo che vicino a lei c’era papà. Emanuela mi ha detto: ‘Ciao Rita, come stai? Tutto bene? Guarda che ieri ti abbiamo comprato un regalo, vedrai che ti piacerà. Te lo spediamo domani’. Il regalo mi è arrivato due giorni dopo che papà ed Emanuela non c’erano più. Era una camicia da notte di seta rosa bellissima, c’era il loro bigliettino dentro. Non l’ho mai messa. L’ho conservata così come è arrivata”.

L’ultima telefonata tra padre e figlia

La mattina del 3 settembre 1982, a poche ore dall’attentato, il generale Dalla Chiesa telefonò alla figlia. “Erano le 11, 11:30 – svela la conduttrice – Abbiamo parlato un po’ e abbiamo fatto pace. Se quella telefonata non ci fosse mai stata, sarebbe rimasto il vuoto dei giorni in cui mi era mancata la sua presenza. Mi chiamava ‘topino’. Mio padre ci ha amato tantissimo e noi abbiamo amato molto lui. La nostra è sempre stata una famiglia unita. Stavo facendo l’esame da giornalista professionista. Avevo già superato lo scritto. Avrei dovuto fare gli orali. Mio padre mi disse: ‘Ma stai studiando? Mi raccomando non farmi fare brutta figura’. Con quelle ultime parole, papà senza saperlo mi aveva dato un insegnamento di vita”.

“Ecco perché quest’anno non presenzierò alla commemorazione”

Quest’anno Rita Dalla Chiesa ha deciso di non partecipare alla commemorazione di suo padre a Palermo. “Ho capito che le persone che vengono uccise o sacrificate in nome dello Stato – spiega – dovrebbero essere ricordate sempre e non si può ridurre tutto a una corona appoggiata lì in via Carini, due saluti, due strette di mano magari di mani che non vorresti mai stringere e poi arrivederci e grazie e tutto ricomincia come prima. Ci ho messo un po’ di tempo, ma ho capito tutto. Magari andrò in via Carini la stessa sera o la mattina dopo, quando non ci sarà più nessuno”.

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